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 PARADISO CANTO 16

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MessaggioTitolo: PARADISO CANTO 16   Dom Feb 08, 2009 1:31 am

16. 1 O poca nostra nobiltà di sangue,
16. 2 se gloriar di te la gente fai
16. 3 qua giù dove l'affetto nostro langue,

16. 4 mirabil cosa non mi sarà mai:
16. 5 ché là dove appetito non si torce,
16. 6 dico nel cielo, io me ne gloriai.

16. 7 Ben se' tu manto che tosto raccorce:
16. 8 sì che, se non s'appon di dì in die,
16. 9 lo tempo va dintorno con le force.

16. 10 Dal "voi" che prima a Roma s'offerie,
16. 11 in che la sua famiglia men persevra,
16. 12 ricominciaron le parole mie;

16. 13 onde Beatrice, ch'era un poco scevra,
16. 14 ridendo, parve quella che tossio
16. 15 al primo fallo scritto di Ginevra.

16. 16 Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
16. 17 voi mi date a parlar tutta baldezza;
16. 18 voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.

16. 19 Per tanti rivi s'empie d'allegrezza
16. 20 la mente mia, che di sé fa letizia
16. 21 perché può sostener che non si spezza.

16. 22 Ditemi dunque, cara mia primizia,
16. 23 quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
16. 24 che si segnaro in vostra puerizia;

16. 25 ditemi de l'ovil di San Giovanni
16. 26 quanto era allora, e chi eran le genti
16. 27 tra esso degne di più alti scanni».

16. 28 Come s'avviva a lo spirar d'i venti
16. 29 carbone in fiamma, così vid'io quella
16. 30 luce risplendere a' miei blandimenti;

16. 31 e come a li occhi miei si fé più bella,
16. 32 così con voce più dolce e soave,
16. 33 ma non con questa moderna favella,

16. 34 dissemi: «Da quel dì che fu detto "*Ave*"
16. 35 al parto in che mia madre, ch'è or santa,
16. 36 s'alleviò di me ond'era grave,

16. 37 al suo Leon cinquecento cinquanta
16. 38 e trenta fiate venne questo foco
16. 39 a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

16. 40 Li antichi miei e io nacqui nel loco
16. 41 dove si truova pria l'ultimo sesto
16. 42 da quei che corre il vostro annual gioco.

16. 43 Basti d'i miei maggiori udirne questo:
16. 44 chi ei si fosser e onde venner quivi,
16. 45 più è tacer che ragionare onesto.

16. 46 Tutti color ch'a quel tempo eran ivi
16. 47 da poter arme tra Marte e 'l Batista,
16. 48 erano il quinto di quei ch'or son vivi.

16. 49 Ma la cittadinanza, ch'è or mista
16. 50 di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
16. 51 pura vediesi ne l'ultimo artista.

16. 52 Oh quanto fora meglio esser vicine
16. 53 quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo
16. 54 e a Trespiano aver vostro confine,

16. 55 che averle dentro e sostener lo puzzo
16. 56 del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
16. 57 che già per barattare ha l'occhio aguzzo!

16. 58 Se la gente ch'al mondo più traligna
16. 59 non fosse stata a Cesare noverca,
16. 60 ma come madre a suo figlio benigna,

16. 61 tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
16. 62 che si sarebbe vòlto a Simifonti,
16. 63 là dove andava l'avolo a la cerca;

16. 64 sariesi Montemurlo ancor de' Conti;
16. 65 sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,
16. 66 e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

16. 67 Sempre la confusion de le persone
16. 68 principio fu del mal de la cittade,
16. 69 come del vostro il cibo che s'appone;

16. 70 e cieco toro più avaccio cade
16. 71 che cieco agnello; e molte volte taglia
16. 72 più e meglio una che le cinque spade.

16. 73 Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
16. 74 come sono ite, e come se ne vanno
16. 75 di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

16. 76 udir come le schiatte si disfanno
16. 77 non ti parrà nova cosa né forte,
16. 78 poscia che le cittadi termine hanno.

16. 79 Le vostre cose tutte hanno lor morte,
16. 80 sì come voi; ma celasi in alcuna
16. 81 che dura molto, e le vite son corte.

16. 82 E come 'l volger del ciel de la luna
16. 83 cuopre e discuopre i liti sanza posa,
16. 84 così fa di Fiorenza la Fortuna:

16. 85 per che non dee parer mirabil cosa
16. 86 ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini
16. 87 onde è la fama nel tempo nascosa.

16. 88 Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
16. 89 Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
16. 90 già nel calare, illustri cittadini;

16. 91 e vidi così grandi come antichi,
16. 92 con quel de la Sannella, quel de l'Arca,
16. 93 e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

16. 94 Sovra la porta ch'al presente è carca
16. 95 di nova fellonia di tanto peso
16. 96 che tosto fia iattura de la barca,

16. 97 erano i Ravignani, ond'è disceso
16. 98 il conte Guido e qualunque del nome
16. 99 de l'alto Bellincione ha poscia preso.

16.100 Quel de la Pressa sapeva già come
16.101 regger si vuole, e avea Galigaio
16.102 dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.

16.103 Grand'era già la colonna del Vaio,
16.104 Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
16.105 e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.

16.106 Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
16.107 era già grande, e già eran tratti
16.108 a le curule Sizii e Arrigucci.

16.109 Oh quali io vidi quei che son disfatti
16.110 per lor superbia! e le palle de l'oro
16.111 fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti.

16.112 Così facieno i padri di coloro
16.113 che, sempre che la vostra chiesa vaca,
16.114 si fanno grassi stando a consistoro.

16.115 L'oltracotata schiatta che s'indraca
16.116 dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
16.117 o ver la borsa, com'agnel si placa,

16.118 già venìa sù, ma di picciola gente;
16.119 sì che non piacque ad Ubertin Donato
16.120 che poi il suocero il fé lor parente.

16.121 Già era 'l Caponsacco nel mercato
16.122 disceso giù da Fiesole, e già era
16.123 buon cittadino Giuda e Infangato.

16.124 Io dirò cosa incredibile e vera:
16.125 nel picciol cerchio s'entrava per porta
16.126 che si nomava da quei de la Pera.

16.127 Ciascun che de la bella insegna porta
16.128 del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
16.129 la festa di Tommaso riconforta,

16.130 da esso ebbe milizia e privilegio;
16.131 avvegna che con popol si rauni
16.132 oggi colui che la fascia col fregio.

16.133 Già eran Gualterotti e Importuni;
16.134 e ancor saria Borgo più quieto,
16.135 se di novi vicin fosser digiuni.

16.136 La casa di che nacque il vostro fleto,
16.137 per lo giusto disdegno che v'ha morti,
16.138 e puose fine al vostro viver lieto,

16.139 era onorata, essa e suoi consorti:
16.140 o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
16.141 le nozze sue per li altrui conforti!

16.142 Molti sarebber lieti, che son tristi,
16.143 se Dio t'avesse conceduto ad Ema
16.144 la prima volta ch'a città venisti.

16.145 Ma conveniesi a quella pietra scema
16.146 che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse
16.147 vittima ne la sua pace postrema.

16.148 Con queste genti, e con altre con esse,
16.149 vid'io Fiorenza in sì fatto riposo,
16.150 che non avea cagione onde piangesse:

16.151 con queste genti vid'io glorioso
16.152 e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio
16.153 non era ad asta mai posto a ritroso,
16.154 né per division fatto vermiglio».
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