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 PURGATORIO CANTO 16

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MessaggioTitolo: PURGATORIO CANTO 16   Dom Feb 08, 2009 1:11 am

16. 1 Buio d'inferno e di notte privata
16. 2 d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
16. 3 quant'esser può di nuvol tenebrata,

16. 4 non fece al viso mio sì grosso velo
16. 5 come quel fummo ch'ivi ci coperse,
16. 6 né a sentir di così aspro pelo,

16. 7 che l'occhio stare aperto non sofferse;
16. 8 onde la scorta mia saputa e fida
16. 9 mi s'accostò e l'omero m'offerse.

16. 10 Sì come cieco va dietro a sua guida
16. 11 per non smarrirsi e per non dar di cozzo
16. 12 in cosa che 'l molesti, o forse ancida,

16. 13 m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
16. 14 ascoltando il mio duca che diceva
16. 15 pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

16. 16 Io sentia voci, e ciascuna pareva
16. 17 pregar per pace e per misericordia
16. 18 l'Agnel di Dio che le peccata leva.

16. 19 Pur "*Agnus Dei*" eran le loro essordia;
16. 20 una parola in tutte era e un modo,
16. 21 sì che parea tra esse ogne concordia.

16. 22 «Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?»,
16. 23 diss'io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
16. 24 e d'iracundia van solvendo il nodo».

16. 25 «Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
16. 26 e di noi parli pur come se tue
16. 27 partissi ancor lo tempo per calendi?».

16. 28 Così per una voce detto fue;
16. 29 onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,
16. 30 e domanda se quinci si va sùe».

16. 31 E io: «O creatura che ti mondi
16. 32 per tornar bella a colui che ti fece,
16. 33 maraviglia udirai, se mi secondi».

16. 34 «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
16. 35 rispuose; «e se veder fummo non lascia,
16. 36 l'udir ci terrà giunti in quella vece».

16. 37 Allora incominciai: «Con quella fascia
16. 38 che la morte dissolve men vo suso,
16. 39 e venni qui per l'infernale ambascia.

16. 40 E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
16. 41 tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
16. 42 per modo tutto fuor del moderno uso,

16. 43 non mi celar chi fosti anzi la morte,
16. 44 ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
16. 45 e tue parole fier le nostre scorte».

16. 46 «Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
16. 47 del mondo seppi, e quel valore amai
16. 48 al quale ha or ciascun disteso l'arco.

16. 49 Per montar sù dirittamente vai».
16. 50 Così rispuose, e soggiunse: «I' ti prego
16. 51 che per me prieghi quando sù sarai».

16. 52 E io a lui: «Per fede mi ti lego
16. 53 di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
16. 54 dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.

16. 55 Prima era scempio, e ora è fatto doppio
16. 56 ne la sentenza tua, che mi fa certo
16. 57 qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.

16. 58 Lo mondo è ben così tutto diserto
16. 59 d'ogne virtute, come tu mi sone,
16. 60 e di malizia gravido e coverto;

16. 61 ma priego che m'addite la cagione,
16. 62 sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
16. 63 ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

16. 64 Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
16. 65 mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
16. 66 lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

16. 67 Voi che vivete ogne cagion recate
16. 68 pur suso al cielo, pur come se tutto
16. 69 movesse seco di necessitate.

16. 70 Se così fosse, in voi fora distrutto
16. 71 libero arbitrio, e non fora giustizia
16. 72 per ben letizia, e per male aver lutto.

16. 73 Lo cielo i vostri movimenti inizia;
16. 74 non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
16. 75 lume v'è dato a bene e a malizia,

16. 76 e libero voler; che, se fatica
16. 77 ne le prime battaglie col ciel dura,
16. 78 poi vince tutto, se ben si notrica.

16. 79 A maggior forza e a miglior natura
16. 80 liberi soggiacete; e quella cria
16. 81 la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.

16. 82 Però, se 'l mondo presente disvia,
16. 83 in voi è la cagione, in voi si cheggia;
16. 84 e io te ne sarò or vera spia.

16. 85 Esce di mano a lui che la vagheggia
16. 86 prima che sia, a guisa di fanciulla
16. 87 che piangendo e ridendo pargoleggia,

16. 88 l'anima semplicetta che sa nulla,
16. 89 salvo che, mossa da lieto fattore,
16. 90 volontier torna a ciò che la trastulla.

16. 91 Di picciol bene in pria sente sapore;
16. 92 quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
16. 93 se guida o fren non torce suo amore.

16. 94 Onde convenne legge per fren porre;
16. 95 convenne rege aver che discernesse
16. 96 de la vera cittade almen la torre.

16. 97 Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
16. 98 Nullo, però che 'l pastor che procede,
16. 99 rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;

16.100 per che la gente, che sua guida vede
16.101 pur a quel ben fedire ond'ella è ghiotta,
16.102 di quel si pasce, e più oltre non chiede.

16.103 Ben puoi veder che la mala condotta
16.104 è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
16.105 e non natura che 'n voi sia corrotta.

16.106 Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
16.107 due soli aver, che l'una e l'altra strada
16.108 facean vedere, e del mondo e di Deo.

16.109 L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
16.110 col pasturale, e l'un con l'altro insieme
16.111 per viva forza mal convien che vada;

16.112 però che, giunti, l'un l'altro non teme:
16.113 se non mi credi, pon mente a la spiga,
16.114 ch'ogn'erba si conosce per lo seme.

16.115 In sul paese ch'Adice e Po riga,
16.116 solea valore e cortesia trovarsi,
16.117 prima che Federigo avesse briga;

16.118 or può sicuramente indi passarsi
16.119 per qualunque lasciasse, per vergogna
16.120 di ragionar coi buoni o d'appressarsi.

16.121 Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna
16.122 l'antica età la nova, e par lor tardo
16.123 che Dio a miglior vita li ripogna:

16.124 Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
16.125 e Guido da Castel, che mei si noma
16.126 francescamente, il semplice Lombardo.

16.127 Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
16.128 per confondere in sé due reggimenti,
16.129 cade nel fango e sé brutta e la soma».

16.130 «O Marco mio», diss'io, «bene argomenti;
16.131 e or discerno perché dal retaggio
16.132 li figli di Levì furono essenti.

16.133 Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
16.134 di' ch'è rimaso de la gente spenta,
16.135 in rimprovèro del secol selvaggio?».

16.136 «O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta»,
16.137 rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
16.138 par che del buon Gherardo nulla senta.

16.139 Per altro sopranome io nol conosco,
16.140 s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
16.141 Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

16.142 Vedi l'albor che per lo fummo raia
16.143 già biancheggiare, e me convien partirmi
16.144 (l'angelo è ivi) prima ch'io li paia».
16.145 Così tornò, e più non volle udirmi.
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