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 PURGATORIO CANTO 17

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MessaggioTitolo: PURGATORIO CANTO 17   Dom Feb 08, 2009 1:11 am

17. 1 Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
17. 2 ti colse nebbia per la qual vedessi
17. 3 non altrimenti che per pelle talpe,

17. 4 come, quando i vapori umidi e spessi
17. 5 a diradar cominciansi, la spera
17. 6 del sol debilemente entra per essi;

17. 7 e fia la tua imagine leggera
17. 8 in giugnere a veder com'io rividi
17. 9 lo sole in pria, che già nel corcar era.

17. 10 Sì, pareggiando i miei co' passi fidi
17. 11 del mio maestro, usci' fuor di tal nube
17. 12 ai raggi morti già ne' bassi lidi.

17. 13 O imaginativa che ne rube
17. 14 talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
17. 15 perché dintorno suonin mille tube,

17. 16 chi move te, se 'l senso non ti porge?
17. 17 Moveti lume che nel ciel s'informa,
17. 18 per sé o per voler che giù lo scorge.

17. 19 De l'empiezza di lei che mutò forma
17. 20 ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
17. 21 ne l'imagine mia apparve l'orma;

17. 22 e qui fu la mia mente sì ristretta
17. 23 dentro da sé, che di fuor non venìa
17. 24 cosa che fosse allor da lei ricetta.

17. 25 Poi piovve dentro a l'alta fantasia
17. 26 un crucifisso dispettoso e fero
17. 27 ne la sua vista, e cotal si morìa;

17. 28 intorno ad esso era il grande Assuero,
17. 29 Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
17. 30 che fu al dire e al far così intero.

17. 31 E come questa imagine rompeo
17. 32 sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
17. 33 cui manca l'acqua sotto qual si feo,

17. 34 surse in mia visione una fanciulla
17. 35 piangendo forte, e dicea: «O regina,
17. 36 perché per ira hai voluto esser nulla?

17. 37 Ancisa t'hai per non perder Lavina;
17. 38 or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
17. 39 madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina».

17. 40 Come si frange il sonno ove di butto
17. 41 nova luce percuote il viso chiuso,
17. 42 che fratto guizza pria che muoia tutto;

17. 43 così l'imaginar mio cadde giuso
17. 44 tosto che lume il volto mi percosse,
17. 45 maggior assai che quel ch'è in nostro uso.

17. 46 I' mi volgea per veder ov'io fosse,
17. 47 quando una voce disse «Qui si monta»,
17. 48 che da ogne altro intento mi rimosse;

17. 49 e fece la mia voglia tanto pronta
17. 50 di riguardar chi era che parlava,
17. 51 che mai non posa, se non si raffronta.

17. 52 Ma come al sol che nostra vista grava
17. 53 e per soverchio sua figura vela,
17. 54 così la mia virtù quivi mancava.

17. 55 «Questo è divino spirito, che ne la
17. 56 via da ir sù ne drizza sanza prego,
17. 57 e col suo lume sé medesmo cela.

17. 58 Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;
17. 59 ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
17. 60 malignamente già si mette al nego.

17. 61 Or accordiamo a tanto invito il piede;
17. 62 procacciam di salir pria che s'abbui,
17. 63 ché poi non si poria, se 'l dì non riede».

17. 64 Così disse il mio duca, e io con lui
17. 65 volgemmo i nostri passi ad una scala;
17. 66 e tosto ch'io al primo grado fui,

17. 67 senti'mi presso quasi un muover d'ala
17. 68 e ventarmi nel viso e dir: "*Beati
17. 69 pacifici*, che son sanz'ira mala!".

17. 70 Già eran sovra noi tanto levati
17. 71 li ultimi raggi che la notte segue,
17. 72 che le stelle apparivan da più lati.

17. 73 "O virtù mia, perché sì ti dilegue?",
17. 74 fra me stesso dicea, ché mi sentiva
17. 75 la possa de le gambe posta in triegue.

17. 76 Noi eravam dove più non saliva
17. 77 la scala sù, ed eravamo affissi,
17. 78 pur come nave ch'a la piaggia arriva.

17. 79 E io attesi un poco, s'io udissi
17. 80 alcuna cosa nel novo girone;
17. 81 poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

17. 82 «Dolce mio padre, dì, quale offensione
17. 83 si purga qui nel giro dove semo?
17. 84 Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

17. 85 Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo
17. 86 del suo dover, quiritta si ristora;
17. 87 qui si ribatte il mal tardato remo.

17. 88 Ma perché più aperto intendi ancora,
17. 89 volgi la mente a me, e prenderai
17. 90 alcun buon frutto di nostra dimora».

17. 91 «Né creator né creatura mai»,
17. 92 cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
17. 93 o naturale o d'animo; e tu 'l sai.

17. 94 Lo naturale è sempre sanza errore,
17. 95 ma l'altro puote errar per malo obietto
17. 96 o per troppo o per poco di vigore.

17. 97 Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,
17. 98 e ne' secondi sé stesso misura,
17. 99 esser non può cagion di mal diletto;

17.100 ma quando al mal si torce, o con più cura
17.101 o con men che non dee corre nel bene,
17.102 contra 'l fattore adovra sua fattura.

17.103 Quinci comprender puoi ch'esser convene
17.104 amor sementa in voi d'ogne virtute
17.105 e d'ogne operazion che merta pene.

17.106 Or, perché mai non può da la salute
17.107 amor del suo subietto volger viso,
17.108 da l'odio proprio son le cose tute;

17.109 e perché intender non si può diviso,
17.110 e per sé stante, alcuno esser dal primo,
17.111 da quello odiare ogne effetto è deciso.

17.112 Resta, se dividendo bene stimo,
17.113 che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
17.114 amor nasce in tre modi in vostro limo.

17.115 E' chi, per esser suo vicin soppresso,
17.116 spera eccellenza, e sol per questo brama
17.117 ch'el sia di sua grandezza in basso messo;

17.118 è chi podere, grazia, onore e fama
17.119 teme di perder perch'altri sormonti,
17.120 onde s'attrista sì che 'l contrario ama;

17.121 ed è chi per ingiuria par ch'aonti,
17.122 sì che si fa de la vendetta ghiotto,
17.123 e tal convien che 'l male altrui impronti.

17.124 Questo triforme amor qua giù di sotto
17.125 si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
17.126 che corre al ben con ordine corrotto.

17.127 Ciascun confusamente un bene apprende
17.128 nel qual si queti l'animo, e disira;
17.129 per che di giugner lui ciascun contende.

17.130 Se lento amore a lui veder vi tira
17.131 o a lui acquistar, questa cornice,
17.132 dopo giusto penter, ve ne martira.

17.133 Altro ben è che non fa l'uom felice;
17.134 non è felicità, non è la buona
17.135 essenza, d'ogne ben frutto e radice.

17.136 L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
17.137 di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
17.138 ma come tripartito si ragiona,
17.139 tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
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