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 INFERNO CANTO 14

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MessaggioTitolo: INFERNO CANTO 14   Dom Feb 08, 2009 12:47 am

14. 1 Poi che la carità del natio loco
14. 2 mi strinse, raunai le fronde sparte,
14. 3 e rende'le a colui, ch'era già fioco.

14. 4 Indi venimmo al fine ove si parte
14. 5 lo secondo giron dal terzo, e dove
14. 6 si vede di giustizia orribil arte.

14. 7 A ben manifestar le cose nove,
14. 8 dico che arrivammo ad una landa
14. 9 che dal suo letto ogne pianta rimove.

14. 10 La dolorosa selva l'è ghirlanda
14. 11 intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
14. 12 quivi fermammo i passi a randa a randa.

14. 13 Lo spazzo era una rena arida e spessa,
14. 14 non d'altra foggia fatta che colei
14. 15 che fu da' piè di Caton già soppressa.

14. 16 O vendetta di Dio, quanto tu dei
14. 17 esser temuta da ciascun che legge
14. 18 ciò che fu manifesto a li occhi miei!

14. 19 D'anime nude vidi molte gregge
14. 20 che piangean tutte assai miseramente,
14. 21 e parea posta lor diversa legge.

14. 22 Supin giacea in terra alcuna gente,
14. 23 alcuna si sedea tutta raccolta,
14. 24 e altra andava continuamente.

14. 25 Quella che giva intorno era più molta,
14. 26 e quella men che giacea al tormento,
14. 27 ma più al duolo avea la lingua sciolta.

14. 28 Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
14. 29 piovean di foco dilatate falde,
14. 30 come di neve in alpe sanza vento.

14. 31 Quali Alessandro in quelle parti calde
14. 32 d'India vide sopra 'l suo stuolo
14. 33 fiamme cadere infino a terra salde,

14. 34 per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
14. 35 con le sue schiere, acciò che lo vapore
14. 36 mei si stingueva mentre ch'era solo:

14. 37 tale scendeva l'etternale ardore;
14. 38 onde la rena s'accendea, com'esca
14. 39 sotto focile, a doppiar lo dolore
.
14. 40 Sanza riposo mai era la tresca
14. 41 de le misere mani, or quindi or quinci
14. 42 escotendo da sé l'arsura fresca.

14. 43 I' cominciai: «Maestro, tu che vinci
14. 44 tutte le cose, fuor che ' demon duri
14. 45 ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,

14. 46 chi è quel grande che non par che curi
14. 47 lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
14. 48 sì che la pioggia non par che 'l marturi?».

14. 49 E quel medesmo, che si fu accorto
14. 50 ch'io domandava il mio duca di lui,
14. 51 gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

14. 52 Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
14. 53 crucciato prese la folgore aguta
14. 54 onde l'ultimo dì percosso fui;

14. 55 o s'elli stanchi li altri a muta a muta
14. 56 in Mongibello a la focina negra,
14. 57 chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",

14. 58 sì com'el fece a la pugna di Flegra,
14. 59 e me saetti con tutta sua forza,
14. 60 non ne potrebbe aver vendetta allegra».

14. 61 Allora il duca mio parlò di forza
14. 62 tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
14. 63 «O Capaneo, in ciò che non s'ammorza

14. 64 la tua superbia, se' tu più punito:
14. 65 nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
14. 66 sarebbe al tuo furor dolor compito».

14. 67 Poi si rivolse a me con miglior labbia
14. 68 dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi
14. 69 ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia

14. 70 Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
14. 71 ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
14. 72 sono al suo petto assai debiti fregi.

14. 73 Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
14. 74 ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
14. 75 ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

14. 76 Tacendo divenimmo là 've spiccia
14. 77 fuor de la selva un picciol fiumicello,
14. 78 lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

14. 79 Quale del Bulicame esce ruscello
14. 80 che parton poi tra lor le peccatrici,
14. 81 tal per la rena giù sen giva quello.

14. 82 Lo fondo suo e ambo le pendici
14. 83 fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
14. 84 per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.

14. 85 «Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
14. 86 poscia che noi intrammo per la porta
14. 87 lo cui sogliare a nessuno è negato,

14. 88 cosa non fu da li tuoi occhi scorta
14. 89 notabile com'è 'l presente rio,
14. 90 che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

14. 91 Queste parole fuor del duca mio;
14. 92 per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
14. 93 di cui largito m'avea il disio.

14. 94 «In mezzo mar siede un paese guasto»,
14. 95 diss'elli allora, «che s'appella Creta,
14. 96 sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.

14. 97 Una montagna v'è che già fu lieta
14. 98 d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida:
14. 99 or è diserta come cosa vieta.

14.100 Rea la scelse già per cuna fida
14.101 del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
14.102 quando piangea, vi facea far le grida.

14.103 Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
14.104 che tien volte le spalle inver' Dammiata
14.105 e Roma guarda come suo speglio.

14.106 La sua testa è di fin oro formata,
14.107 e puro argento son le braccia e 'l petto,
14.108 poi è di rame infino a la forcata;

14.109 da indi in giuso è tutto ferro eletto,
14.110 salvo che 'l destro piede è terra cotta;
14.111 e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.

14.112 Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta
14.113 d'una fessura che lagrime goccia,
14.114 le quali, accolte, foran quella grotta.

14.115 Lor corso in questa valle si diroccia:
14.116 fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
14.117 poi sen van giù per questa stretta doccia

14.118 infin, là ove più non si dismonta
14.119 fanno Cocito; e qual sia quello stagno
14.120 tu lo vedrai, però qui non si conta».

14.121 E io a lui: «Se 'l presente rigagno
14.122 si diriva così dal nostro mondo,
14.123 perché ci appar pur a questo vivagno?».

14.124 Ed elli a me: «Tu sai che 'l loco è tondo;
14.125 e tutto che tu sie venuto molto,
14.126 pur a sinistra, giù calando al fondo,

14.127 non se' ancor per tutto il cerchio vòlto:
14.128 per che, se cosa n'apparisce nova,
14.129 non de' addur maraviglia al tuo volto».

14.130 E io ancor: «Maestro, ove si trova
14.131 Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,
14.132 e l'altro di' che si fa d'esta piova».

14.133 «In tutte tue question certo mi piaci»,
14.134 rispuose; «ma 'l bollor de l'acqua rossa
14.135 dovea ben solver l'una che tu faci.

14.136 Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
14.137 là dove vanno l'anime a lavarsi
14.138 quando la colpa pentuta è rimossa».

14.139 Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
14.140 dal bosco; fa che di retro a me vegne:
14.141 li margini fan via, che non son arsi,
14.142 e sopra loro ogne vapor si spegne».
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