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 INFERNO CANTO 17

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MessaggioTitolo: INFERNO CANTO 17   Dom Feb 08, 2009 12:45 am

17. 1 «Ecco la fiera con la coda aguzza,
17. 2 che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
17. 3 Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».

17. 4 Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
17. 5 e accennolle che venisse a proda
17. 6 vicino al fin d'i passeggiati marmi.

17. 7 E quella sozza imagine di froda
17. 8 sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,
17. 9 ma 'n su la riva non trasse la coda.

17. 10 La faccia sua era faccia d'uom giusto,
17. 11 tanto benigna avea di fuor la pelle,
17. 12 e d'un serpente tutto l'altro fusto;

17. 13 due branche avea pilose insin l'ascelle;
17. 14 lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
17. 15 dipinti avea di nodi e di rotelle.

17. 16 Con più color, sommesse e sovraposte
17. 17 non fer mai drappi Tartari né Turchi,
17. 18 né fuor tai tele per Aragne imposte.

17. 19 Come tal volta stanno a riva i burchi,
17. 20 che parte sono in acqua e parte in terra,
17. 21 e come là tra li Tedeschi lurchi

17. 22 lo bivero s'assetta a far sua guerra,
17. 23 così la fiera pessima si stava
17. 24 su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.

17. 25 Nel vano tutta sua coda guizzava,
17. 26 torcendo in sù la venenosa forca
17. 27 ch'a guisa di scorpion la punta armava.

17. 28 Lo duca disse: «Or convien che si torca
17. 29 la nostra via un poco insino a quella
17. 30 bestia malvagia che colà si corca».

17. 31 Però scendemmo a la destra mammella,
17. 32 e diece passi femmo in su lo stremo,
17. 33 per ben cessar la rena e la fiammella.

17. 34 E quando noi a lei venuti semo,
17. 35 poco più oltre veggio in su la rena
17. 36 gente seder propinqua al loco scemo.

17. 37 Quivi 'l maestro «Acciò che tutta piena
17. 38 esperienza d'esto giron porti»,
17. 39 mi disse, «va, e vedi la lor mena.

17. 40 Li tuoi ragionamenti sian là corti:
17. 41 mentre che torni, parlerò con questa,
17. 42 che ne conceda i suoi omeri forti».

17. 43 Così ancor su per la strema testa
17. 44 di quel settimo cerchio tutto solo
17. 45 andai, dove sedea la gente mesta.

17. 46 Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
17. 47 è di qua, di là soccorrien con le mani
17. 48 quando a' vapori, e quando al caldo suolo:

17. 49 non altrimenti fan di state i cani
17. 50 or col ceffo, or col piè, quando son morsi
17. 51 o da pulci o da mosche o da tafani.

17. 52 Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
17. 53 ne' quali 'l doloroso foco casca,
17. 54 non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi

17. 55 che dal collo a ciascun pendea una tasca
17. 56 ch'avea certo colore e certo segno,
17. 57 e quindi par che 'l loro occhio si pasca.

17. 58 E com'io riguardando tra lor vegno,
17. 59 in una borsa gialla vidi azzurro
17. 60 che d'un leone avea faccia e contegno

17. 61 Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
17. 62 vidine un'altra come sangue rossa,
17. 63 mostrando un'oca bianca più che burro.

17. 64 E un che d'una scrofa azzurra e grossa
17. 65 segnato avea lo suo sacchetto bianco,
17. 66 mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

17. 67 Or te ne va; e perché se' vivo anco,
17. 68 sappi che 'l mio vicin Vitaliano
17. 69 sederà qui dal mio sinistro fianco.

17. 70 Con questi Fiorentin son padoano:
17. 71 spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
17. 72 gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,

17. 73 che recherà la tasca con tre becchi!"».
17. 74 Qui distorse la bocca e di fuor trasse
17. 75 la lingua, come bue che 'l naso lecchi.

17. 76 E io, temendo no 'l più star crucciasse
17. 77 lui che di poco star m'avea 'mmonito,
17. 78 torna'mi in dietro da l'anime lasse.

17. 79 Trova' il duca mio ch'era salito
17. 80 già su la groppa del fiero animale,
17. 81 e disse a me: «Or sie forte e ardito.

17. 82 Omai si scende per sì fatte scale:
17. 83 monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
17. 84 sì che la coda non possa far male».

17. 85 Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzo
17. 86 de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
17. 87 e triema tutto pur guardando 'l rezzo,

17. 88 tal divenn'io a le parole porte;
17. 89 ma vergogna mi fé le sue minacce,
17. 90 che innanzi a buon segnor fa servo forte.

17. 91 I' m'assettai in su quelle spallacce;
17. 92 sì volli dir, ma la voce non venne
17. 93 com'io credetti: "Fa che tu m'abbracce".

17. 94 Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
17. 95 ad altro forse, tosto ch'i' montai
17. 96 con le braccia m'avvinse e mi sostenne;

17. 97 e disse: «Gerion, moviti omai:
17. 98 le rote larghe e lo scender sia poco:
17. 99 pensa la nova soma che tu hai».

17.100 Come la navicella esce di loco
17.101 in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
17.102 e poi ch'al tutto si sentì a gioco,

17.103 là 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
17.104 e quella tesa, come anguilla, mosse,
17.105 e con le branche l'aere a sé raccolse.

17.106 Maggior paura non credo che fosse
17.107 quando Fetonte abbandonò li freni,
17.108 per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;

17.109 né quando Icaro misero le reni
17.110 sentì spennar per la scaldata cera,
17.111 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

17.112 che fu la mia, quando vidi ch'i' era
17.113 ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
17.114 ogne veduta fuor che de la fera.

17.115 Ella sen va notando lenta lenta:
17.116 rota e discende, ma non me n'accorgo
17.117 se non che al viso e di sotto mi venta.

17.118 Io sentia già da la man destra il gorgo
17.119 far sotto noi un orribile scroscio,
17.120 per che con li occhi 'n giù la testa sporgo.

17.121 Allor fu' io più timido a lo stoscio,
17.122 però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
17.123 ond'io tremando tutto mi raccoscio.

17.124 E vidi poi, ché nol vedea davanti,
17.125 lo scendere e 'l girar per li gran mali
17.126 che s'appressavan da diversi canti.

17.127 Come 'l falcon ch'è stato assai su l'ali,
17.128 che sanza veder logoro o uccello
17.129 fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,

17.130 discende lasso onde si move isnello,
17.131 per cento rote, e da lunge si pone
17.132 dal suo maestro, disdegnoso e fello;

17.133 così ne puose al fondo Gerione
17.134 al piè al piè de la stagliata rocca
17.135 e, discarcate le nostre persone,
17.136 si dileguò come da corda cocca.
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